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IL VIZIO CAPITALE

 DELL’ACCIDIA:

il peccato dimenticato!

(... che procura tanti danni ! )

 


 

 

 

 

 

Al termine dell'Articolo

La Potente Supplica

a San Giuseppe

per chiedere le grazie impossibili

e la

 Preghiera all'Angelo Custode

(di San Francesco di Sales)

 

 

 

L’epoca dell’Accidia

 

Siamo in un periodo della storia in cui tra i fedeli della Chiesa si avverte una certa apatia. In tale clima di indifferenza spirituale, agli occhi dei fedeli si presenta una particolare novità, quella di avere due Papi: uno emerito (Benedetto XVI), l’altro (Papa Francesco) nuovo anche per i suoi rivoluzionari comportamenti di carità verso il prossimo.

In questa sequenza di eventi e di atteggiamenti, sembra che si desti una certa attenzione generale, motivata, forse, anche dall’immagine di un Pastore che sta risvegliando gli animi da una certa rassegnazione, da quella noia di vivere la fede con indifferenza, propria dell’Accidia… un peccato quasi dimenticato, ma abbastanza diffuso. Occorre, quindi, abbandonare quell’apatia, quell’indolenza o, peggio, quella mancanza di inerzia, che conduce ad atteggiamenti di abbandono e di completo distacco dalla vita religiosa, che, invece, ogni vero cristiano dovrebbe testimoniare con coraggio, come lo furono gli Apostoli, quando si lasciarono travolgere dall’Azione vitale dello Spirito Santo.

“Benedetto XVI, con grande sapienza, ha richiamato più volte alla Chiesa che se per l’uomo spesso autorità è sinonimo di possesso, di dominio, di successo, per -il Divino Maestro- Dio, l’autorità è sempre sinonimo di servizio, di umiltà, di amore; vuol dire entrare nella logica di Gesù che si china a lavare i piedi agli Apostoli (cfr Angelus, 29 Gennaio 2012)”.

Papa Francesco ne ricalca il significato, in una sua omelia, esortando: “Sappiate sempre esercitare l’autorità accompagnando, comprendendo, aiutando, amando; abbracciando tutti e tutte, specialmente le persone che si sentono sole, escluse, aride, le periferie esistenziali del cuore umano. Teniamo lo sguardo rivolto alla Croce: lì si colloca qualunque autorità nella Chiesa, dove Colui che è il Signore si fa servo fino al dono totale di Sé”.

Occorre, pertanto, rimuovere le ‘incrostazioni’ della rassegnazione, della pigrizia spirituale, per passare all’Azione che lo Spirito Santo può svolgere in noi, se c’è la volontà di cambiare direzione, comportamento, poiché, come eloquentemente esprime una massima araba, “Colui che non ha voglia di fare trova sempre una scusa per non agire; mentre colui che decide di fare trova sempre un mezzo per agire”.

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Nel presentare l’articolo di Veronica Rasponi, la Redazione desidera sottolineare che, pur dando maggiore rilevanza all’aspetto religioso-spirituale dell’argomento, occorre prendere in considerazione anche alcune circostanze patologiche, della medicina psico-somatica, cui molti soggetti spesso vengono a trovarsi quando sono depressi, debilitati psicologicamente, o coinvolti da ragioni sociali.

In sostanza non si può tralasciare il fatto che tali individui, caduti in depressione, anche se spesso assistiti dallo psichiatra, non sono facilmente recuperabili sul piano della spiritualità, condizione importante per poter riconoscere, affrontare e superare il ‘peccato dell’accidia’.

Infatti, se tendenzialmente o caratterialmente tali pazienti sono entrati in una tale condizione, associata anche ad una dipendenza da psicofarmaci, occorre che essi acquistino, dopo una adeguata terapia disintossicante, quella salute fisico-mentale, atta a ritrovare una consapevole lucidità per una presa di coscienza sulle cause che li hanno condotti in tale stato.

Di conseguenza, ogni soggetto riabilitato può così superare da sé gli effetti dell’accidia, vivendo una regolare vita cristiana e seguendo con linearità la Parola Evangelica, secondo la dot­trina classica di sant'Agostino, per la quale tutti noi siamo stati creati per «Vivere de Deo, cum Deo»: “vivere di Dio, per e con Dio”.

Con tale inestinguibile e libero atto di riconoscente Amore verso il Padre Celeste, è possibile cantare, alla luce della vera Fede, le meraviglie dell’Onnipotenza di Dio e, non ultimo, partecipare alla Croce di Cristo, Nostro Re e Redentore.

 

 

 

 

 

"Lo spirito combattivo:

una necessità per il nostro tempo"

di Veronica Rasponi

  

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Pubblicato dalla

Rivista della

"Fondazione Lepanto"

Roma

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Conosciuta come uno dei sette vizi capitali, l’Accidia viene definita nel suo significato generico di pigrizia spirituale. In realtà è molto più di questo ed alcuni padri della Chiesa la considerano talvolta più pericolosa ancora della superbia, il peccato per eccellenza. Ma oggigiorno chi si confessa più del peccato di Accidia? Chi ne parla più nelle prediche o nelle lezioni di catechismo? Nella concezione moderna della vita cristiana, il vizio dell’Accidia appartiene ad una concezione spirituale ormai superata. E’ questa una delle cause della perdita dello spirito militante della Chiesa.


Secondo la definizione di S. Tommaso, l’accidia è un particolare tipo di tristezza, di malessere intimo, per cui l’uomo diventa lento e pigro nell’esercizio delle cose spirituali, a causa della fatica psico-fisica ad esse congiunta[1]. S. Lorenzo Giustiniani aggiunge che l’Accidia è un vizio ipocrita, capzioso che invade l’anima e così soffoca la carità, spenge la devozione, indebolisce le virtù, appesantisce il corpo, fiacca l’animo[2].

Chiunque abbia una vita spirituale sa bene che la preghiera, se fatta bene, è impegnativa perché richiede concentrazione e lotta energica contro le distrazioni, la fantasia e l’immaginazione. In questo senso possiamo considerare l’accidia come un vizio caratteristico delle anime consacrate perché esse hanno come attività principale e come obbligo la preghiera. Ma è evidente che se anche essi sono i più colpiti, il peccato d’accidia non riguarda solo i consacrati, ma tutti i cristiani.

Secondo padre Colosio o.p., « la fonte principale dell’Accidia è la sensualità, l’amore del proprio comodo, del quieto vivere; una concezione “borghese” della vita interiore, ossia troppo umanistica, per cui non vogliamo privarci di nessuna soddisfazione umana di ordine affettivo, estetico, ecc., ad eccezione di quelle direttamente peccaminose »[3]. L’accidia, in questo senso, è il contrario di una vita spirituale virile, pronta al sacrificio e all’olocausto di se stessi: l’accidioso fugge lo spirito di mortificazione ed aspira solo ad una vita tranquilla e priva di doveri in cui lui è il solo arbitro. Già Alessandro di Hales aveva ben osservato che il movimento caratteristico del peccato di accidia è la fuga da tutto ciò che è faticoso mentre la sua segreta radice è l’amore per ciò che è piacevole e il compiacersi in una « voluttuosa inerzia »[4].

Se per il religioso il peccato di accidia si manifesta nell’orrore nei confronti del monastero dove abita, nel fastidio per la cella e per la clausura, nel disprezzo nei confronti dei confratelli e del superiore, per l’uomo che vive nel mondo esso si manifesta nell’orrore per la vita coniugale, nel fastidio per gli obblighi della vita familiare, nel disprezzo nei confronti dei colleghi di lavoro. La causa iniziale resta la stessa, la mancanza di vita di preghiera o una vita di preghiera fiacca e indolente, ma le conseguenze si manifestano in maniera diversa.

Oggi, per esempio, le conseguenze dell’Accidia sono molto più evidenti di quelle che potevano essere un tempo: nel campo della vita religiosa, numerosi sono i casi di preti che abbandonano la vita sacerdotale, di suore che lasciano i conventi, di frati che si sposano e, per chi sta nel mondo, di coppie che si separano solo perché “stanchi” di stare insieme, o solo perché ne hanno abbastanza di una vita sempre uguale, a dir loro “monotona”. Così, come il religioso accidioso è stanco degli insuccessi della sua vita spirituale, così l’uomo che vive nel mondo è stanco della quotidianità e cerca ogni pretesto per sfuggire al proprio dovere.

Per le anime consacrate, l’insidia più pericolosa è la constatazione della monotonia della vita interiore: sempre le stesse preghiere, le stesse pratiche e sempre gli stessi difetti, senza vedere nessun miglioramento. Ma, in realtà, pur apparendo uniforme, la vita spirituale non è mai monotona e noiosa perché i sentimenti che la animano sono vari. « L’unione con Dio, – scrive mons. A. Gorrino – è una miniera inesauribile di pensieri, di affetti e di emozioni che danno agli stessi atti pure ripetuti un sapore così vario, da apparire nuovi e diversi tra loro. (…) La vita interiore, sotto la luce della fede, apre alla mente un orizzonte sterminato di idee, di riflessioni e di sentimenti, per cui anche le cose più semplici e indifferenti divengono interessanti e le occupazioni più umili appaiano piene di valore soprannaturale »[5].

In realtà, la vita interiore diventa noiosa e monotona quando è assente l’amore, quando il cuore si raffredda e l’unione con Dio si affievolisce; qui entra in azione l’accidia, che ci fa pensare che tanto è inutile sforzarsi, mortificarsi, combattere. L’anima accidiosa è portata quindi a fare solo ciò che è strettamente comandato, sotto pena di peccato grave, senza volersi mai spingere oltre.

Per essa,

- la santità non è più un obiettivo: è sufficiente raggiungere la salvezza;

- la virtù e la ricerca della verità non costituiscono più il fine da raggiungere a costo di qualsiasi sforzo: bisogna essere come gli altri, non distinguersi mai, per spirito di umiltà e di delicatezza nei confronti del prossimo;

- la vita mortificata, le lunghe preghiere appartengono ad un’epoca passata: adesso il mondo è cambiato e la vita già richiede tanti sacrifici!

Non godendo dei piaceri spirituali e della gioia che dà il servizio di Dio con i suoi frutti di aumento di grazia e perfezionamento soprannaturale, l’accidioso cerca i piaceri naturali, il bene del proprio corpo, la quiete, le occupazioni piacevoli. L’anima, presa nei lacci di questo vizio, non riconosce più l’orientamento teocentrico dell’esistenza, il cui fine è conoscere, amare e lodare Dio e,  rifiutando il bonum divinum, si ripiega su se stessa alla ricerca delle creature, delle scienze, delle arti.

Per vari autori spirituali, l’accidia è la “madre di tutti i difetti”, così come per l’ordine naturale, l’ozio è il “padre di tutti i vizi”. Tra i frutti più evidenti dell’accidia vi sono:

- la dissipazione dello spirito che genera la curiosità, definita “la peste della vita interiore”, la loquacità, l’irrequietezza corporale, l’instabilità;

- la pusillanimità, per cui l’anima si accontenta della propria mediocrità e, chiusa nell’amor proprio, non ascolta alcun suggerimento esterno. San Tommaso definisce la pusillanimità come il rifiuto della propria vocazione, che è tanto più grave quanto ognuno di noi deve essere fedele al proprio essere, cioè a quella perfezione e a quell’armonica evoluzione della propria natura, che Dio ha personalmente plasmato in ognuno di noi;

- il torpore, cioè quello stato di indolenza e progressiva trascuratezza, che porta lentamente l’anima a non avversare più il peccato e a commettere deliberatamente peccati veniali;

- il rancore, ovvero un’irritazione sempre maggiore nei confronti di tutto ciò che ricorda i propri doveri (i superiori per le anime consacrate, ma per chi vive nel mondo può essere la moglie o il marito, o il superiore nell’ambito lavorativo);

- la malizia, o avversione attiva nei confronti dei beni spirituali;

- la disperazione, che provoca una sfiducia nei confronti di tutto e di tutti e la perdita della speranza di salvarsi e di conquistare il Paradiso.

Questo dimostra come l’Accidia « è come un verme che dal di dentro pian piano rode una trave, che regge tutto l’edificio, cosicché anche senza grandi scotimenti, un bel momento, essa si rompe e la casa frana. Così succede anche nel campo spirituale: l’Accidia si succhia tutto il vigore dell’anima, la snerva e ne prepara la fatale rovina. (…) Il movente principale sarà stato una delle tre concupiscenze (contro cui vanno i tre voti), la superbia, la lussuria, o l’avarizia (ossia l’attaccamento ai beni terreni), ma questi tre vizi capitali non avrebbero avuto la forza di travolgere il disgraziato nell’abisso se non avessero trovato la collaborazione dell’Accidia, la quale, tagliando i fili della preghiera, che soli ci trasmettono l’energia soprannaturale, ha immobilizzato l’anima, lasciandola in preda a Satana »[6].

Se ciò che abbiamo trattato fino a questo punto riguarda più specialmente le anime consacrate, non meno questo vizio colpisce anche coloro che vivono nel mondo. Lo abbiamo già accennato in precedenza: una delle conseguenze dell’anima accidiosa è l’insofferenza per la monotonia della vita quotidiana e per i propri doveri. E’ la « vita prosaica di ogni giorno », come dice il grande pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira, che si trascina da anni e può andare avanti per tutta la vita, senza nessun evento grandioso, nessun episodio che rompa il “grigiore” della quotidianità. Qui nasce allora la tentazione di lasciarsi andare, di abbandonare la lotta, di immergersi nella mediocrità, o in altri casi di cercare nuove emozioni, nuove strade, pensando che troveremo la felicità vivendo altre esperienze.

In questi casi, l’anima, priva di vera vita spirituale o con una vita spirituale superficiale, fatta solo di rispetto formale dei precetti della Chiesa, non ha la forza di combattere contro le tentazioni a cui è sottoposta dal mondo moderno e, quindi, cade, si lascia trascinare dall’illusione di una vita diversa, priva di lotta, senza regole e senza doveri, in cui tutto è più facile e alimenta così la ricerca del proprio comodo. Così si ha, allora, il divorzio, la separazione, l’abbandono degli anziani, l’aborto, l’eutanasia…

In altri casi, invece, la ricerca del quieto vivere e l’abbandono di uno spirito combattivo portano facilmente alla depressione, a quello stato che rende l’anima malata, perché attaccata dal virus dell’Accidia. Invece di reagire alle difficoltà e alle tentazioni, con un maggior spirito di preghiera e di abbandono alla Divina Provvidenza, l’anima è tentata dal 'demonio' che la spinge a chiudersi in se stessa, ad abbandonarsi alla tristezza, a considerarsi incompresa dagli altri e la porta infine alla disperazione, il cui esito finale è talvolta il suicidio. Poiché la depressione è considerata la malattia per eccellenza della nostra epoca, possiamo capire quanta importanza ha il vizio dell’Accidia e quanto poco è conosciuto e combattuto.

Tutti questi mali di cui abbiamo parlato non sono l’Accidia, ma sono frutto dell’accidia e della sua opera devastante nell’anima. In questo senso possiamo anche parlare dei frutti velenosi dell’accidia sulla società, come riflesso di quelli sul singolo individuo.

In ambedue i casi bisogna lottare perché, come insegnano tutti i santi, la vita “è lotta” e, se rinunciamo a combattere contro “il demonio, il mondo e la carne”, se ci lasciamo prendere dall’accidia, non saremo mai santi e la nostra vita sarà un fallimento, in quanto non avremmo corrisposto al disegno di Dio su di noi, non perché Dio non ci ha dato le grazie per essere santi, ma perché saremo noi, con il peccato dell’accidia, ad aver messo degli ostacoli insormontabili alla nostra santificazione. Ma non dobbiamo presumere di farcela da soli. Innanzi tutto ci vuole molta pazienza. Il padre Faber, profondo conoscitore delle anime, raccomanda all’accidioso di non pensare di potere uscire con rapidità dalla schiavitù di questo vizio: ci vuole molta calma e molta mortificazione [7], quella che lui chiama la « lentezza sulla via della santità ». Ma sappiamo anche di poter sempre contare su di un aiuto sicuro ed infallibile, quello della Madonna, la benefica e suprema salvezza di tutte le anime: Lei sempre verrà in nostro soccorso, ma occorre riconoscere e renderci conto di essere malati, di non potercela fare da soli e, solo così, possiamo deciderci di abbandonarci completamente alle Sue cure materne.

 

 


 

[1] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, I, q. 62 a 2 ad 2.

[2] Cit. in card. Vives, Compendium Theologiae Ascetico-Mysticae, Roma 1907, p. 124.

[3] Padre Innocenzo Colosio o.p., Come nasce l’accidia, in “Rivista di Ascetica e Mistica”, n. 3 (maggio-giugno 1957), p. 274.

[4] Alessandro di Hales, Summa Theologica, ed. Quaracchi, 1930, tomo III, p. 555.

[5] Mons. A. Gorrino, La vita interiore, S.E.I., Torino 1935, pp. 196-197.

[6] P. I. Colosio, I sofismi dell’accidia, in “Rivista di Ascetica e Mistica”, n. 6 (novembre-dicembre 1957), p. 511.

[7] P. Guglielmo Faber, La monotonia della pietà, in Conferenze spirituali, t. it. a cura di L. Mussa, Torino 1876, pp. 312-320.

 

 

 

 

 

Supplica a San Giuseppe

per chiedere le grazie impossibili.


 

1- O Glorioso San Giuseppe, Padre Putativo del Divin Figlio Gesù e Custode della Santissima Vergine Maria, a Te ricorriamo, fiduciosi di essere esauditi. Tu sei l’Avvocato nelle cause più disperate, il Consigliere nelle tribolazioni, l’amabile e casto Uomo, il Modello esemplare per gli sposi cristiani. O amatissimo San Giuseppe, che sei il Testimone della vera Fede, il Compagno fedele, il Consolatore ammirabile, il Maestro eccelso, guidaci Tu in tutte le situazioni della nostra vita. Anche se a volte il nostro cuore è freddo, rivolgiamo con fiducia il nostro sguardo a Te, ai Tuoi umili Occhi benigni, affinché, parlando al Figlio Gesù, Tu possa ottenere per ciascuno di noi, miseri peccatori, la conversione, la guarigione delle nostre colpe ed il perdono.

(Gloria al Padre…)

 

2- O Amabile San Giuseppe, ricco di Doni e di Virtù, non abbandonarci nel nostro cammino pieno di pericoli e tentazioni. Da oggi Ti promettiamo che fuggiremo ogni occasione di peccato. Nel promuovere la devozione al Tuo generoso Cuore di Padre, Ti preghiamo di assisterci in vita e nell’ultima ora della nostra agonia. In questo particolare momento, sicuri di essere da Te esauditi, ci affidiamo alla Tua intercessione per ricevere da Dio Padre, l’Onnipotente Creatore, la Grazia che ardentemente desideriamo (.........).

(Gloria al Padre…)

 

3- O Generoso San Giuseppe, aiutaci ad osservare sempre i Comandamenti di Dio e a guarire dal male che da tempo ci affligge. O Pietoso San Giuseppe, accoglici nelle Tue paterne braccia, perché, da Te protetti, nessuno abbia a corrompere la nostra anima ed il nostro corpo. O Potente Mano del Glorioso San Giuseppe, Benedici le nostre vite, affinché possiamo sempre camminare sulla retta via. Con fervore noi Ti invochiamo, Ti imploriamo e umilmente Ti supplichiamo di intercedere presso l’Eterno Padre, affinché possiamo ottenere la Grazia che ardentemente desideriamo (.........).

(Gloria al Padre…)

 

 

San Giuseppe

Protettore della Chiesa Universale

 

 

 

 

 

O mio Santo Angelo Custode.

 

Fin dalla concezione nel seno materno

Tu sei il mio protettore.

A Te oggi affido il mio cuore:

offrilo al mio Salvatore Gesù,

perché appartenga a Lui solo.

Tu sei il mio Custode in vita:

sii anche il mio Consolatore in morte!

Accresci in me la mia Fede,

rendi salda la mia speranza,

accendi in me la Fiamma del Divino Amore!

Ottienimi la grazia

che la mia vita passata non mi spaventi,

la presente non mi rattristi,

la futura non mi inquieti!

Dammi forza nell’agonia,

serenità nel trapasso,

gioia nella Visione di Dio!

Fa che il mio incontro con il Signore

sia una festa fra le Sue Braccia!

Fa che il mio ultimo cibo

Sia il Pane degli Angeli:

la Santissima Eucaristia;

che le mie ultime parole siano:

Gesù, Giuseppe e Maria;

che il mio ultimo respiro

sia un palpito d’Amore;

la Tua Presenza la mia ultima consolazione.

Amen.

 

(Tratta da una Preghiera di San Francesco di Sales)

 

 

 

 

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